Mai così tante aziende italiane comprate e vendute: cosa dicono i numeri delle acquisizioni del 2026
Nei primi sette mesi del 2026 le operazioni di fusione e acquisizione in Italia sono state oltre 900, il numero più alto degli ultimi dieci anni. Il valore complessivo però è sceso del 26%: si comprano tante aziende, ma sempre più piccole.

Nei primi sette mesi del 2026 in Italia ci sono state più di 900 operazioni di fusione e acquisizione, cioè compravendite di aziende o di quote rilevanti di aziende con un compratore o un venduto italiano. È il numero più alto degli ultimi dieci anni per lo stesso periodo, circa il 20% sopra la media 2016-2025. Il dato viene dal rapporto annuale di Boston Consulting Group sul mercato delle acquisizioni. C’è però un dettaglio che cambia la lettura: il valore complessivo di queste operazioni è sceso a 39,9 miliardi di dollari, il 26% in meno rispetto ai 53,8 miliardi dello stesso periodo del 2025.
Tante operazioni, sempre più piccole
Più operazioni e meno soldi vuol dire una cosa sola: le aziende che passano di mano sono in media più piccole. Il caso più chiaro è l’industria, il settore con più operazioni, 193, per un valore dichiarato di appena 1,1 miliardi di dollari. È il ritratto del tessuto produttivo italiano, fatto di migliaia di imprese manifatturiere medie e piccole, spesso molto specializzate, che diventano interessanti per gruppi più grandi o per i fondi. Nei beni di consumo le operazioni sono state 66, per 4,1 miliardi.
A tenere su il valore totale sono state poche operazioni molto grandi. In testa c’è l’offerta di Poste Italiane su TIM, stimata da BCG in 12,5 miliardi di dollari, seguita dall’uscita dalla Borsa del gruppo farmaceutico Recordati, comprato da un consorzio guidato dai fondi CVC e Groupe Bruxelles Lambert per 12,1 miliardi.
Chi compra: i fondi e le aziende italiane all’estero
Il protagonista silenzioso è il private equity, cioè i fondi che comprano aziende per farle crescere e rivenderle dopo qualche anno. Il valore delle loro operazioni in Italia è salito del 37%, a 9,3 miliardi di dollari, e oggi vale circa un quarto del totale e un terzo delle operazioni. In nove dei dieci acquisti più grandi fatti dai fondi c’erano investitori stranieri.
C’è anche un movimento nella direzione opposta. Quattro delle dieci operazioni più grandi con un’azienda italiana coinvolta sono state acquisizioni all’estero, per quasi 9 miliardi di dollari in tutto: Angelini Pharma ha comprato l’americana Catalyst Pharmaceuticals per circa 4 miliardi, Amplifon il business degli apparecchi acustici della danese GN Store Nord per 2,6 miliardi, Chiesi l’americana KalVista per 1,9 miliardi.
Perché adesso: banche e passaggio generazionale
Per il resto dell’anno BCG si aspetta un mercato ancora vivace, spinto da due motori. Il primo è il consolidamento delle banche, che continua a produrre fusioni e cessioni di rami d’azienda. Il secondo riguarda direttamente le piccole e medie imprese: il passaggio generazionale. In Italia l’85% delle aziende con almeno tre addetti è controllato da una famiglia, e molti fondatori arrivati all’età della pensione non hanno un erede pronto o interessato a prendere il loro posto. Vendere, a un concorrente, a un gruppo più grande o a un fondo, diventa la soluzione più semplice.
Cosa significa se hai un’impresa
Per un imprenditore questi numeri dicono che il mercato c’è e che anche un’azienda piccola può trovare un compratore. Ma dicono anche che chi compra sceglie con attenzione. Le aziende che si vendono meglio hanno alcune cose in comune: conti chiari e certificati, una dipendenza ridotta dalla figura del titolare, clienti non concentrati su uno o due nomi, una seconda linea di manager in grado di andare avanti da sola. Prepararsi richiede anni, non mesi. Anche chi non pensa di vendere oggi ha interesse a costruire un’azienda che un giorno potrebbe essere comprata, perché è la stessa azienda che regge meglio ai cambiamenti e al tempo.






