Cosa succede davvero quando un’azienda fallisce (e ai suoi dipendenti)
Il fallimento non esiste più, si chiama liquidazione giudiziale. Ma la sostanza è la stessa: un giudice, un curatore, una fila di creditori e, in fondo alla fila, i fornitori. I dipendenti, per fortuna, no.

Il giorno in cui un’azienda “fallisce” non succede quasi niente di visibile. Il capannone è ancora lì, i camion sono parcheggiati, i dipendenti hanno ancora il badge. Quello che è cambiato sta in un foglio depositato in tribunale: una sentenza che dice che quell’impresa non è più in grado di pagare i suoi debiti e che da oggi non comanda più chi la possiede. Da quel momento parte una procedura con regole precise, che in Italia dal 15 luglio 2022 si chiama liquidazione giudiziale (Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, decreto legislativo 14 del 2019). La parola “fallimento” è sparita dalla legge; è rimasta nel linguaggio, e nelle conseguenze.
Chi può fallire
Non tutte le imprese. La procedura si applica a chi supera almeno una di tre soglie negli ultimi tre anni: un attivo sopra i 300 mila euro, ricavi sopra i 200 mila, debiti sopra i 500 mila. Sotto, esistono procedure più leggere. E prima di arrivare in tribunale, dal 2021 l’impresa in difficoltà può provare la composizione negoziata: un esperto nominato dalla Camera di commercio prova a far trovare un accordo tra l’azienda e i creditori, lontano dal giudice. Molte crisi si risolvono lì, o non si risolvono e finiscono nel passaggio successivo.
Il giorno uno: l’azienda cambia padrone
La sentenza di apertura ha tre effetti immediati. L’imprenditore, o i soci, perdono la gestione: non possono più vendere, comprare, pagare nessuno. Al loro posto il tribunale nomina un curatore, un professionista (di solito un commercialista o un avvocato) che da quel momento amministra tutto con un obiettivo solo: trasformare quello che resta in denaro e distribuirlo secondo le regole. E i creditori perdono il diritto di agire da soli: chi stava facendo causa, chi aveva mandato l’ufficiale giudiziario, si ferma. Da ora si entra tutti nella stessa fila.
I contratti in corso, compresi quelli di lavoro, restano sospesi. Il curatore ha tempo per decidere, uno per uno, se continuarli o scioglierli.
I dipendenti: quattro mesi di attesa, poi due strade
Per chi lavora in azienda, il periodo più duro è quello della sospensione: il rapporto di lavoro resta in piedi ma può restare congelato fino a quattro mesi, senza stipendio e senza licenziamento, mentre il curatore valuta se c’è qualcosa da salvare. Alla fine della sospensione le strade sono due. Se un’altra impresa compra o affitta l’azienda, i lavoratori passano con lei. Se non c’è nessuno, il curatore licenzia, e da lì partono le tutele.
La prima è la NASpI, l’indennità di disoccupazione, che si chiede all’INPS come per qualsiasi licenziamento. La seconda è quella che fa la differenza tra un dipendente e un fornitore: il Fondo di garanzia dell’INPS. Istituito con la legge 297 del 1982 ed esteso nel 1992, paga ai lavoratori di un’azienda insolvente il TFR intero e le ultime tre mensilità di stipendio non ricevute, comprese le quote di tredicesima e quattordicesima, anche se nella cassa dell’azienda non è rimasto niente. Le istruzioni aggiornate alla nuova legge sono nella circolare INPS 70 del 2023.
Non è automatico. Il lavoratore deve prima far ammettere il proprio credito nella lista ufficiale dei creditori, lo stato passivo, e poi presentare domanda all’INPS per via telematica. Per le mensilità c’è un termine di un anno da quando lo stato passivo diventa definitivo: chi lo lascia passare perde il diritto. È il motivo per cui, in queste settimane, sindacati e consulenti del lavoro sono le persone più importanti da vedere.
La fila dei creditori
Tutti gli altri aspettano. Il curatore raccoglie le richieste, il giudice le verifica, e si forma la lista di chi deve avere cosa. Ma la lista ha un ordine, e l’ordine decide chi vede i soldi.
In testa ci sono i crediti “in prededuzione”: le spese della procedura stessa, il compenso del curatore, quello che serve a mandare avanti l’azienda nei mesi della liquidazione. Poi i crediti “privilegiati”, quelli a cui la legge dà la precedenza: gli stipendi e il TFR dei lavoratori, le tasse, i contributi, le banche che hanno un’ipoteca sul capannone. In fondo, i creditori “chirografari”: i fornitori che hanno consegnato merce e aspettano la fattura, le aziende di servizi, chiunque non abbia una garanzia. A loro arriva quello che resta dopo tutti gli altri, e in molte procedure quello che resta è poco o niente.
È la regola più dura e meno conosciuta: quando un’azienda fallisce, il danno più grande spesso non lo subiscono i suoi dipendenti, protetti dal Fondo, ma i suoi fornitori, che sono altre aziende, con altri dipendenti.
Quanto dura, e come finisce
Mesi per aprire, anni per chiudere. Il curatore deve vendere macchinari, immobili, magazzino, marchi; a volte vende l’azienda intera a chi la vuole far ripartire, e quella è la fine migliore. Ogni vendita, ogni contestazione, ogni causa allunga i tempi. Alla fine si distribuisce il ricavato nell’ordine visto sopra e la società viene cancellata.
C’è un’ultima cosa che il curatore fa, e che l’imprenditore teme più della chiusura: guarda indietro. Se negli anni precedenti sono spariti soldi, se sono stati pagati alcuni creditori e non altri, se i libri contabili non tornano, la relazione finisce in procura. La bancarotta, che resta un reato con pene detentive, nasce quasi sempre da lì.
Cosa significa per te
Se sei un dipendente: non firmare dimissioni, fai ammettere il credito, rispetta i termini del Fondo di garanzia. Se sei un fornitore: la fattura non pagata di un’azienda in crisi è un rischio da gestire prima, con acconti e limiti di esposizione, perché dopo la sentenza sei in fondo alla fila. Se sei un cliente: i buoni, le caparre e gli acconti versati sono crediti chirografari come gli altri.
E se sei un imprenditore in difficoltà, l’unica cosa che la nuova legge ti chiede davvero è di muoverti prima. La composizione negoziata esiste per questo, e la differenza tra chi la usa e chi aspetta la sentenza è, quasi sempre, la differenza tra un’azienda che cambia mano e una che sparisce.
Fonti: Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza (D.Lgs. 14/2019, in vigore dal 15 luglio 2022); legge 297/1982 e D.Lgs. 80/1992 sul Fondo di garanzia; circolare INPS 70 del 26 luglio 2023. Questo articolo spiega il funzionamento generale e non sostituisce la consulenza di un professionista sul caso specifico. Dati aggiornati a ottobre 2026.






