Bialetti: la storia della moka più famosa del mondo, dall’officina di Omegna al salvataggio
Nata nel 1933 da un'idea presa dal bucato, la moka Bialetti è entrata in quasi tutte le case italiane. Poi sono arrivati la Borsa, le capsule e i debiti. Oggi l'azienda è di una famiglia di Hong Kong e i conti sono tornati in utile.

Nel 2025 Bialetti ha chiuso il bilancio con ricavi in crescita del 10,8%, un debito finanziario netto sceso da 114,5 a 69,6 milioni di euro e, per la prima volta dopo anni, un piccolo utile. Non è ancora un’azienda al sicuro, ma per un marchio che nel 2018 era vicino al fallimento è un cambio di passo netto. Dietro c’è un nuovo proprietario, Nuo Capital, la holding della famiglia Pao-Cheng di Hong Kong. E dietro ancora c’è una storia che comincia quasi un secolo fa a Omegna, sulle sponde del lago d’Orta.
L’idea presa dal bucato
Alfonso Bialetti torna a Crusinallo di Omegna dopo aver lavorato in una fonderia di alluminio in Francia e apre la sua officina. Nel 1933 gli viene l’idea che lo renderà famoso guardando la moglie fare il bucato in un pentolone dove l’acqua bollente risaliva lungo un tubo centrale e ricadeva sui panni. Lo stesso principio, applicato al caffè, diventa la Moka Express: una caffettiera ottagonale in alluminio che prometteva di fare in casa il caffè del bar. Negli anni Trenta Alfonso ne produceva circa diecimila l’anno e le vendeva di persona, girando fiere e mercati.
Renato e l’omino coi baffi
Il salto arriva dopo la guerra con il figlio Renato, rientrato da un campo di prigionia in Germania. Renato capisce prima di molti altri imprenditori il peso della pubblicità: nel 1953 nasce l’omino coi baffi, che diventerà il volto del marchio anche nei Caroselli in televisione, e la nuova fabbrica arriva a produrre 18 mila caffettiere al giorno, circa quattro milioni l’anno. La moka entra in quasi tutte le cucine italiane e poi in quelle di mezzo mondo. Quante ne siano state prodotte in tutto non si sa con precisione, le stime parlano di circa 300 milioni. Quando Renato è morto, nel 2016, la famiglia ha deposto le sue ceneri proprio dentro una moka.
La Borsa, le capsule e il debito
Dalla fine degli anni Novanta Bialetti cambia pelle. Nel 1998 si fonde con il gruppo Rondine della famiglia Ranzoni, nel 2007 si quota in Borsa e prova a diventare un marchio di casalinghi a tutto tondo, con una rete di negozi propri e una scommessa sulle capsule. Nel frattempo cambia il modo in cui gli italiani bevono il caffè a casa: arrivano le macchine a capsule e le caffettiere a basso costo prodotte in Asia. Nel 2010 chiude lo stabilimento storico di Crusinallo. I debiti crescono e nell’ottobre 2018 l’azienda presenta un accordo di ristrutturazione, mentre la società di revisione non riesce a esprimere un giudizio sui conti per i dubbi sulla continuità aziendale.
Il salvataggio e cosa resta della moka
Nel 2025 Nuo Capital rileva prima il 59% e poi un ulteriore 19,5% delle azioni, con un piano di nuova finanza a cui partecipa anche un gruppo di banche italiane, e arriva a possedere l’intera Bialetti Industrie. La crescita del 2025 viene soprattutto dal caffè, che sale del 14,7%, più delle caffettiere, cresciute dell’11%, e dall’estero, con Europa e Stati Uniti in aumento di oltre il 12%. L’azienda punta a vendere il caffè oltre agli strumenti per prepararlo e usa la moka come oggetto da collezione, con edizioni speciali e collaborazioni. Il nuovo piano industriale arriva al 2030.
È una parabola che riguarda molti marchi italiani: un’idea brillante, decenni di crescita grazie a un fondatore e a un erede capaci, poi una finanza troppo pesante e un mercato che cambia più in fretta dell’azienda. Nel caso di Bialetti il marchio era abbastanza forte da meritare un salvataggio. Chi l’ha comprata non ha pagato per le fabbriche, ma per quello che la moka rappresenta ancora oggi: il caffè fatto in casa all’italiana.






