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TIM passa a Poste Italiane: la storia di Telecom Italia, dal monopolio di Stato al ritorno allo Stato

Con l'offerta chiusa a settembre Poste Italiane controlla circa l'86% di TIM. Per l'ex monopolista dei telefoni è un ritorno sotto il controllo pubblico, quasi trent'anni dopo una privatizzazione che ha lasciato soprattutto debiti.

A fine settembre 2026 si è chiusa l’offerta pubblica di acquisto e scambio con cui Poste Italiane ha preso il controllo di TIM. Contando le azioni che già possedeva e quelle raccolte durante l’offerta e la riapertura dei termini, Poste arriva a circa l’85,8% del capitale. L’operazione, annunciata a marzo con un valore di circa 10,8 miliardi di euro tra contanti e azioni, è la più grande dell’anno in Italia. E chiude un cerchio: l’azienda dei telefoni che lo Stato aveva venduto alla fine degli anni Novanta torna sotto il controllo di un gruppo di cui il Tesoro e Cassa Depositi e Prestiti hanno la maggioranza.

Quando il telefono era dello Stato

Per gran parte del Novecento la telefonia italiana è stata un affare pubblico. La SIP, nata come società elettrica in Piemonte, era diventata il gestore della rete telefonica nazionale all’interno del gruppo IRI-STET. Nel 1994 la riorganizzazione del settore portò alla nascita di Telecom Italia, che riuniva la SIP e le altre società pubbliche dei telefoni. Era un monopolista con una rete che arrivava in ogni casa, milioni di abbonati e conti solidi.

La privatizzazione e il debito

Nel 1997 il Tesoro vendette Telecom Italia sul mercato. Due anni dopo arrivò la scalata che ne ha segnato la storia: l’Olivetti guidata da Roberto Colaninno lanciò un’offerta finanziata in gran parte con prestiti, e quel debito, invece di restare a chi aveva comprato, finì nei conti dell’azienda comprata. Nel 2001 il controllo passò alla Pirelli di Marco Tronchetti Provera, nel 2007 a Telco, la holding formata da Telefónica, Generali, Intesa Sanpaolo e Mediobanca, e dal 2015 il primo azionista diventò il gruppo francese Vivendi.

Ogni cambio di proprietario portava nuovi vertici e nuove strategie, ma il problema di fondo restava lo stesso: un debito enorme da ripagare con i ricavi di un mercato in cui la concorrenza ha fatto scendere i prezzi anno dopo anno. L’Italia è diventata uno dei Paesi europei con le tariffe mobili più basse, una buona notizia per i clienti e una pessima per chi deve trovare i soldi per costruire le reti.

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La rete venduta e l’arrivo di Poste

Per uscire da questa spirale TIM ha venduto il pezzo più prezioso che aveva. Nel 2024 la rete fissa è passata a FiberCop, controllata dal fondo americano KKR con il Tesoro tra i soci. L’incasso ha ridotto molto il debito, ma l’azienda è rimasta un operatore di servizi senza la sua infrastruttura storica e senza dividendi per gli azionisti.

Poste è entrata nel capitale di TIM nel 2025 e a marzo 2026 ha lanciato l’offerta su tutte le altre azioni. La prima fase si è chiusa a settembre con circa due terzi del capitale, la quota che serve per decidere da soli in assemblea straordinaria, anche su una eventuale fusione. Poi Poste ha alzato la parte in contanti dell’offerta e ha riaperto i termini, salendo all’85,8%. Il 90%, la soglia che avrebbe permesso di rilevare le azioni rimaste e togliere il titolo dalla Borsa, non è stato raggiunto, quindi per ora TIM resta quotata.

Cosa cambia per i clienti e per il Paese

Il progetto industriale è mettere insieme due reti di vendita molto diverse: circa 13 mila uffici postali e oltre 4 mila negozi TIM, con più di 19 milioni di clienti digitali attivi. Sui dati del 2025 i due gruppi sommano circa 26,9 miliardi di euro di ricavi e oltre 150 mila dipendenti. Poste stima sinergie per circa 700 milioni di euro l’anno, di cui 500 milioni da risparmi sui costi, e punta a vendere allo sportello e in app un’offerta unica fatta di conto, assicurazioni, luce e gas, telefono, cloud e servizi digitali.

Per chi ha una SIM o una linea TIM, per ora, non cambia niente: contratti e tariffe restano quelli già firmati. Il piano industriale dettagliato è atteso nei primi mesi del 2027. La domanda che resta aperta è se un gruppo controllato dallo Stato riuscirà dove quasi trent’anni di proprietari privati hanno fallito, cioè a far tornare TIM un’azienda che cresce invece di una che passa il tempo a difendersi dai propri debiti.

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