Olivetti: l’azienda di Ivrea che costruì il futuro del computer e lo vendette prima di arrivarci
Negli anni Sessanta un'azienda italiana aveva uno dei calcolatori più avanzati d'Europa e, poco dopo, il primo computer da scrivania. Nel mezzo, la sua divisione elettronica finì agli americani. È la storia di come si perde un vantaggio che si aveva già in mano.

Nel 1965, a New York, i visitatori si fermano davanti a una macchina grande come una macchina da scrivere che fa calcoli, li memorizza su una scheda magnetica e li ripete quando serve. Si chiama Programma 101, la produce Olivetti di Ivrea e oggi viene considerata il primo personal computer della storia. In quel momento l’azienda piemontese, però, ha già venduto agli americani la divisione che avrebbe dovuto portarla nel mondo dei computer. La Programma 101 è nata quasi per caso, da un piccolo gruppo rimasto in azienda dopo la cessione. È il paradosso da cui partire per capire una delle grandi occasioni mancate dell’industria italiana.
Da Ivrea al mondo, partendo dalle macchine per scrivere
Camillo Olivetti fonda l’azienda a Ivrea nel 1908. Si producono macchine per scrivere, poi calcolatrici: nel 1945 la Divisumma 14 esegue tutte e quattro le operazioni ed è un successo commerciale. Ma il nome che resta legato all’azienda è quello del figlio Adriano, direttore dal 1932 e presidente dal 1938. Adriano costruisce una fabbrica che per l’epoca è un’anomalia: servizi sociali, biblioteche, asili, architetti e designer chiamati a disegnare stabilimenti e prodotti. Olivetti vende in tutto il mondo e diventa sinonimo di design industriale italiano.
Negli anni Cinquanta Adriano capisce che il futuro non è più la meccanica ma l’elettronica. Affida a un giovane ingegnere, Mario Tchou, il compito di costruire un laboratorio di ricerca sui calcolatori.
L’Elea e il gruppo di Mario Tchou
Nel 1959 il gruppo di Tchou presenta l’Elea 9003, un grande calcolatore interamente a transistor, tra i primi al mondo a esserlo. Per qualche anno Olivetti è davvero all’avanguardia: ha competenze, prodotti e clienti in un settore che sta per cambiare tutto. Poi, in meno di due anni, perde le due persone su cui quel progetto si reggeva. Adriano Olivetti muore nel febbraio del 1960, per un’emorragia cerebrale, su un treno. Nel novembre del 1961 Mario Tchou muore in un incidente stradale sull’autostrada Milano-Torino. Ha 37 anni.
Senza Adriano e senza Tchou, l’elettronica diventa per l’azienda soprattutto un costo. I conti sono appesantiti anche dall’acquisto della statunitense Underwood, storico marchio di macchine per scrivere, e nel 1964 la famiglia deve accettare l’ingresso di un gruppo di grandi azionisti industriali e finanziari. Una delle prime decisioni è vendere la divisione elettronica a General Electric.
La Programma 101, il prodotto che non doveva esserci
In azienda resta un piccolo gruppo guidato dall’ingegnere Pier Giorgio Perotto, che continua a lavorare su un’idea: un calcolatore da tavolo, programmabile, che chiunque possa usare in ufficio. È la Programma 101. La presentazione a New York nel 1965 è un successo, la macchina viene venduta in grandi quantità e la usa anche la NASA per calcolare le traiettorie delle missioni Apollo. Quando Hewlett-Packard lancia un prodotto simile, finisce per pagare royalties a Olivetti per la soluzione della scheda magnetica.
La Programma 101 dimostra che le competenze c’erano ancora. Mancava la decisione di puntarci: l’azienda aveva appena venduto il ramo che avrebbe potuto trasformare quel prodotto in un’industria.
Com’è finita
Olivetti non sparisce subito. Alla fine degli anni Settanta arriva Carlo De Benedetti, che ne diventa presidente nel 1978 e la rilancia: negli anni Ottanta l’azienda è tra i maggiori produttori europei di personal computer. Ma è un mercato in cui i margini crollano in fretta e i concorrenti asiatici e americani hanno dimensioni che Ivrea non può eguagliare. Così, negli anni Novanta, Olivetti si sposta sulle telecomunicazioni: fonda Omnitel, il secondo operatore di telefonia mobile italiano, e nel 1999 lancia l’offerta pubblica d’acquisto su Telecom Italia, una delle più grandi operazioni finanziarie della storia del Paese. Nel 2003 Olivetti si fonde in Telecom Italia. Oggi il marchio esiste ancora, dentro il gruppo TIM, e si occupa di soluzioni per l’Internet delle cose e i dati.
La lezione che lascia questa storia non è che l’Italia non sapesse fare tecnologia: la sapeva fare, e in certi anni meglio di altri. È che un vantaggio tecnologico dura solo se qualcuno ha la forza, finanziaria e di visione, di difenderlo quando costa ancora più di quanto rende. Nel 1964 quella forza non c’era, e il vantaggio è passato di mano.






