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Comunità energetiche: cosa sono, chi le sta facendo e perché crescono meno del previsto

Cittadini, piccole imprese e Comuni che producono e condividono energia rinnovabile, con un incentivo per vent'anni. L'idea è semplice, i numeri dicono che l'interesse è enorme. Ma le comunità energetiche davvero attive sono ancora poche.

Chi lo sta costruendo

Un gruppo di famiglie, un panificio, la parrocchia e il Comune dello stesso quartiere decidono di mettere insieme le forze. Qualcuno installa pannelli solari sul tetto, gli altri usano l’energia prodotta, e il gruppo riceve un incentivo pubblico per ogni chilowattora consumato mentre viene prodotto. È, semplificando, una comunità energetica rinnovabile. In Italia le regole sono operative dall’inizio del 2024 e sulla carta il modello ha tutto per funzionare. Nella pratica, la strada è più lenta di quanto ci si aspettasse.

Come funziona

Una comunità energetica è un soggetto giuridico, spesso un’associazione o una cooperativa, a cui possono partecipare persone, piccole e medie imprese, enti locali, enti religiosi e del terzo settore. I membri devono trovarsi nell’area servita dalla stessa cabina primaria, la struttura che collega la rete di alta tensione a quella locale. Gli impianti, quasi sempre fotovoltaici, possono avere una potenza fino a un megawatt ciascuno.

L’energia non viaggia su una rete separata: passa sulla rete normale. Quello che conta è il calcolo. Per la quota di energia prodotta e consumata dai membri nella stessa ora, la cosiddetta energia condivisa, il GSE riconosce alla comunità una tariffa incentivante per vent’anni. La comunità decide poi come distribuire quei soldi tra i propri membri.

I contributi e la corsa del 2025

Oltre alla tariffa, il PNRR ha messo a disposizione un contributo a fondo perduto fino al 40% del costo degli impianti, inizialmente solo nei Comuni sotto i 5 mila abitanti e poi, dal 2025, in quelli fino a 50 mila. L’interesse è stato altissimo. Quando lo sportello del GSE si è chiuso, il 30 novembre 2025, le domande erano circa 47.900, per oltre 3,3 gigawatt di potenza e quasi 1,46 miliardi di euro di contributi richiesti, a fronte di una dotazione di circa 795 milioni. La regione con più richieste è stata la Lombardia, con oltre 7.300 domande.

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Perché le comunità attive sono ancora poche

Le domande non sono comunità funzionanti. Alla stessa data le configurazioni ammesse e operative erano 1.356, di cui 846 comunità energetiche vere e proprie, per circa 86 megawatt complessivi. Il ministero dell’Ambiente puntava a 5 gigawatt entro il 2027: la distanza è grande.

Le ragioni sono diverse. Mettere d’accordo decine di soggetti diversi richiede tempo e fiducia reciproca. Una comunità ha costi di gestione, commercialisti, piattaforme per il calcolo dell’energia condivisa, che un piccolo gruppo fatica a sostenere. E una parte delle domande, osservano diversi addetti ai lavori, è stata presentata soprattutto per intercettare il contributo del 40%, senza un vero progetto di condivisione dietro. I tempi, intanto, sono stretti: per accedere ai fondi PNRR gli impianti devono entrare in esercizio entro il 31 dicembre 2027.

Cosa significa per un’impresa

Per una piccola impresa, entrare in una comunità energetica può avere senso in due modi. Chi ha un tetto ampio, come un capannone o un negozio, può ospitare un impianto e diventare produttore per il gruppo. Chi consuma molta energia di giorno, quando i pannelli producono, può aumentare la quota di energia condivisa e quindi gli incentivi per tutti. Per orientarsi il GSE ha messo online una vetrina pubblica in cui cercare le comunità già esistenti nella propria zona. Prima di aderire conviene leggere con attenzione lo statuto: chi decide, come vengono divisi gli incentivi e cosa succede se si vuole uscire.

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