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Data center in Italia: chi li sta costruendo, quanta energia chiedono e perché tutti vogliono Milano

Nei prossimi tre anni in Italia sono attesi 25 miliardi di investimenti in data center, più del triplo dei tre anni precedenti. Il motore è l'intelligenza artificiale, il centro è Milano, e il vero limite non sono i soldi ma l'elettricità.

Chi lo sta costruendo

Ogni volta che si usa un’app, si guarda una serie in streaming o si chiede qualcosa a un assistente di intelligenza artificiale, da qualche parte un server lavora. Quei server stanno nei data center, capannoni pieni di computer, cavi e impianti di raffreddamento. Per anni l’Italia ne ha costruiti pochi. Ora le cose stanno cambiando in fretta: secondo un rapporto di Assoimmobiliare basato sui dati dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, tra il 2026 e il 2028 sono attesi investimenti per 25 miliardi di euro. Nei tre anni precedenti erano stati 7,1.

Chi li costruisce

Gli operatori sono di tipi diversi. Ci sono i grandi fornitori di cloud, come Microsoft, Amazon Web Services e Google, che negli ultimi anni hanno aperto in Italia le loro region cloud, concentrate soprattutto nell’area milanese. Ci sono le società specializzate nella cosiddetta colocation, che costruiscono gli edifici e affittano spazio ed energia a chi ci installa i propri server. E ci sono fondi di investimento e operatori immobiliari, attratti da un settore che promette ricavi stabili e contratti lunghi.

Costruire un data center costa molto: secondo lo stesso rapporto, tra 10 e 15 milioni di euro per ogni megawatt di capacità. Nei prossimi tre anni sono previsti 83 nuovi progetti e circa 20 nuovi operatori pronti a entrare nel mercato italiano.

Perché proprio Milano

Dei 205 data center presenti in Italia, 80 si trovano nell’area di Milano, gestiti da 27 operatori. La concentrazione non è casuale. Un data center ha bisogno di tre cose: tanta energia elettrica, connessioni in fibra veloci e ridondanti, clienti vicini. Milano ha la rete di telecomunicazioni più fitta del Paese, uno dei principali punti di interscambio del traffico internet italiano e la maggior parte delle sedi di banche, assicurazioni e grandi aziende che usano questi servizi. Per chi deve garantire tempi di risposta di pochi millisecondi, la distanza conta.

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Il vero limite è l’elettricità

Un data center consuma energia giorno e notte, sia per far funzionare i server sia per raffreddarli. Con l’intelligenza artificiale i consumi crescono ancora, perché i calcoli necessari ad allenare e far funzionare i modelli sono molto più pesanti di quelli dei servizi tradizionali. Per questo il collo di bottiglia non è il capitale, ma la rete elettrica.

A metà del 2025 le richieste di connessione presentate a Terna, il gestore della rete di trasmissione, per alimentare nuovi data center sfioravano i 50 gigawatt. È una cifra irrealistica, gonfiata da molte domande presentate solo per prenotare capacità: le stime del Politecnico parlano di circa 2 gigawatt di potenza effettivamente utilizzata entro il 2030, che potrebbero diventare 5 entro il 2040. Anche così, è una quota rilevante dei consumi elettrici nazionali. E nelle aree più sature ottenere un allaccio alla rete può richiedere più di quattro anni.

Cosa significa per il resto del Paese

La saturazione di Milano apre spazi altrove. Le regioni con molta energia rinnovabile e terreni disponibili, a partire da quelle del Sud, possono diventare interessanti per i data center che non hanno bisogno di stare vicino ai clienti, come quelli usati per addestrare i modelli di intelligenza artificiale. Ma un data center porta pochi posti di lavoro diretti rispetto all’investimento, e pone domande concrete sul consumo di suolo, sull’acqua usata per il raffreddamento e su chi pagherà il potenziamento della rete. Sono le domande che i territori dovranno porsi prima di dire sì, non dopo.

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