Il nucleare torna in Italia: cosa prevede la nuova legge, quando potrebbero arrivare le centrali e cosa manca ancora
A settembre il Parlamento ha approvato la legge delega che riapre la strada al nucleare, quindici anni dopo il referendum del 2011. Non finanzia centrali e non sceglie i siti: fissa le regole. Il governo parla dei primi reattori tra il 2033 e il 2035.

Il 23 settembre 2026 il Senato ha approvato in via definitiva la legge delega sul nucleare sostenibile, già votata dalla Camera a giugno. È diventata la legge 169 del 2026 e riapre la possibilità di produrre energia nucleare in Italia, quindici anni dopo il referendum del 2011 in cui oltre il 94% dei votanti si era espresso contro. Il governo indica i primi reattori tra il 2033 e il 2035. Prima di arrivarci però mancano quasi tutti i passaggi concreti, e conviene capire cosa dice davvero la legge e cosa no.
Cosa fa la legge, e cosa non fa
È una legge delega: non contiene le regole operative, ma incarica il governo di scriverle con una serie di decreti legislativi entro dodici mesi dalla sua entrata in vigore. Il governo punta ad approvarli entro la fine del 2026. La legge non stanzia soldi per costruire impianti, non individua dove costruirli e non avvia nessun cantiere.
Quello che fa è fissare il perimetro. Prevede un programma nazionale che stabilirà quanto peso dare al nucleare nel mix energetico, un’autorizzazione unica rilasciata dal Ministero dell’Ambiente che sostituisce gli altri permessi e vale come variante urbanistica, il riconoscimento delle certificazioni di sicurezza già rilasciate da altri Paesi e una possibile nuova autorità indipendente per la sicurezza. Tocca anche il ciclo del combustibile, la gestione dei rifiuti radioattivi e lo smantellamento dei vecchi impianti.
Quali reattori
La legge non sceglie una tecnologia e richiama genericamente le migliori disponibili, comprese quelle modulari e avanzate. Nel dibattito però l’attenzione è tutta sui piccoli reattori modulari, chiamati SMR: impianti più piccoli delle centrali tradizionali, pensati per essere costruiti in parte in fabbrica e poi assemblati sul posto, con l’obiettivo di ridurre tempi e costi. Il problema è che in Europa non ce n’è ancora nessuno in funzione su scala commerciale, e l’Agenzia internazionale dell’energia colloca i primi progetti commerciali intorno al 2030. L’Italia, in altre parole, punta su una tecnologia che altrove deve ancora dimostrare quanto costa davvero.
Quanta energia, e a che prezzo
Secondo il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima, al 2050 il nucleare potrebbe arrivare a una potenza tra 8 e 16 gigawatt, coprendo tra l’11% e il 22% del fabbisogno elettrico italiano. È un obiettivo di piano, non un impegno. Sui costi non ci sono cifre ufficiali: la Banca d’Italia ha osservato che tutto dipende da ipotesi molto incerte, dal prezzo dei reattori ai tempi di costruzione al costo del denaro. Le centrali nucleari assorbono capitali per molti anni prima di produrre un solo chilowattora, per questo sono molto sensibili ai tassi d’interesse e quasi ovunque hanno bisogno di garanzie pubbliche o contratti di lungo periodo.
I nodi ancora aperti
Il primo nodo sono le scorie. Nel 2023 sono state pubblicate 51 aree considerate idonee per il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi, ma a metà 2026 nessun sito è stato scelto e l’unica autocandidatura arrivata da un Comune è stata ritirata. Il secondo è politico: la legislatura finisce nel 2027 e i decreti attuativi arriveranno a ridosso delle elezioni. Il terzo è il consenso. Il ministro dell’Ambiente ha ipotizzato un nuovo referendum nel 2028 o nel 2029, e un voto contrario rimetterebbe in discussione tutto il percorso.
Per ora quindi il nucleare in Italia è una cornice di regole. Le centrali, se arriveranno, dipendono da decisioni che devono ancora essere prese: dove costruirle, con quali soldi e con il consenso di chi.






