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Taranto, l’acciaio e la città: cosa significa davvero spegnere gli altiforni dell’ex Ilva

Il più grande impianto siderurgico d'Europa sta fermando il cuore. Non per un fallimento, ma per una sentenza che ha messo la salute davanti alla produzione. Cosa succede adesso a chi ci lavora, a chi ci vive accanto e all'acciaio italiano.

Com'è finita

Un altoforno non si spegne come una macchina. Si abbassa la carica giorno dopo giorno, si lascia che la ghisa dentro finisca di colare, si aspetta che il refrattario si raffreddi. Quando è freddo, non si riaccende: la struttura interna si danneggia, e rimetterlo in funzione costa come costruirne uno nuovo. Per questo l’ordine della Corte d’appello di Milano, spegnere l’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto entro il 28 ottobre 2026, non è una sospensione. È una scelta che non si torna indietro, qualunque cosa decida la Cassazione.

Come ci si è arrivati

Il procedimento comincia nel 2021, quando undici cittadini dell’associazione Genitori Tarantini chiedono al Tribunale di Milano, dove l’azienda ha sede legale, di fermare le attività che ritengono dannose per la salute. La causa passa anche dalla Corte di giustizia dell’Unione europea e torna in Italia. Il 27 luglio 2026 la Corte d’appello di Milano ordina la fermata entro 90 giorni degli altiforni, delle acciaierie e degli impianti collegati, “per la presenza di amianto e polveri”. Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria chiedono due volte la sospensione; la Corte la nega entrambe le volte, l’ultima il 5 ottobre, scrivendo che il pericolo dello spegnimento deve cedere “rispetto al preminente diritto alla salute”. Il 20 ottobre le Sezioni Unite della Cassazione discutono il ricorso e si riservano la decisione: al momento in cui scriviamo non è arrivata.

L’8 ottobre comincia l’abbassamento della carica dell’altoforno 2, l’unico dei quattro ancora in funzione.

Cosa è l’area a caldo, e perché senza non c’è niente

L’ex Ilva è una catena. Nell’area a caldo il minerale di ferro e il carbone diventano ghisa negli altiforni, poi acciaio nelle acciaierie, poi bramme, i grandi lingotti piatti. Da Taranto le bramme partono per gli stabilimenti del Nord, Genova e Novi Ligure, dove vengono laminate e trasformate nei prodotti finiti. Senza l’area a caldo, Taranto non produce niente da mandare al Nord, e il Nord non ha niente da lavorare: Acciaierie d’Italia ha già annunciato che Genova e Novi Ligure si fermeranno temporaneamente entro il 15 novembre.

L’area a caldo è anche la parte più inquinante dell’impianto. È per questo che la causa è nata lì, ed è per questo che non esiste una versione in cui l’ex Ilva continua a produrre acciaio come prima.

I numeri delle persone

L’azienda ha avviato le procedure per una nuova cassa integrazione che può arrivare a 8.622 lavoratori del gruppo, quasi settemila a Taranto. Prima della sentenza, la cassa straordinaria già autorizzata era per 4.500 unità, 3.800 a Taranto, con un utilizzo reale di circa 3.000 persone. Intorno allo stabilimento c’è l’indotto: più di 300 imprese e circa 7.000 lavoratori che vivono di commesse, manutenzioni, trasporti. Sommando diretti e indotto, i sindacati parlano di un buco da diecimila posti nel distretto. Il governo ha stanziato circa 125 milioni per gli ammortizzatori e sta discutendo con i sindacati di prepensionamenti legati all’esposizione all’amianto, incentivi all’esodo, un assegno di ricollocazione. Nel tavolo dell’8 ottobre, secondo la Fim Cisl, “il governo non ha dato prospettive concrete sul piano industriale di riconversione”.

C’è poi il nodo della vendita: lo stabilimento è in amministrazione straordinaria e i commissari cercano un compratore da anni. Comprare un’acciaieria con l’area a caldo spenta è una cosa diversa dal comprarne una in funzione.

Le due Taranto

In questa storia ci sono due parti che hanno ragione. C’è la Taranto che per decenni ha respirato le polveri del quartiere Tamburi, che ha i dati sanitari che tutti conoscono, e che ha ottenuto da una corte quello che nessun governo le ha dato in quarant’anni. E c’è la Taranto che lavora dentro quei cancelli, che ha visto passare Riva, ArcelorMittal, lo Stato, e che ora vede spegnere l’unico altoforno rimasto con una cassa integrazione “a oltranza” come prospettiva. Lo sciopero dopo la sentenza e la paura raccolta dalla stampa, “siamo 4 mila lavoratori a rischio, c’è rabbia”, sono la stessa città.

Nessuna delle due parti ha torto, ed è esattamente questo che rende la storia diversa dalle altre crisi industriali: non c’è un cattivo da cui farsi salvare.

Cosa resta

Resta un’area di 15 chilometri quadrati, un porto, competenze siderurgiche che in Italia non esistono altrove, e un pezzo di economia regionale che per sessant’anni ha girato intorno a quella ciminiera. La riconversione di cui tutti parlano, forni elettrici, acciaio da rottame, idrogeno, è un’altra storia industriale, con un’altra scala di occupazione e tempi di anni. Il 28 ottobre si è chiusa la prima; la seconda non è ancora cominciata.

[Aggiornamento prima della pubblicazione: inserire la decisione della Cassazione se pubblicata, lo stato dello spegnimento dell’altoforno 2 e l’esito del decreto d’urgenza sugli ammortizzatori.]

Fonti: Corte d’appello di Milano, decreto del 27 luglio 2026 e ordinanze dell’11 settembre e del 5 ottobre 2026; Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, comunicazioni di ottobre 2026; Ministero del Lavoro, autorizzazioni CIGS; dichiarazioni di Fim, Fiom, Uilm e Usb; Cassazione, Sezioni Unite, udienza del 20 ottobre 2026. Dati aggiornati al 27 ottobre 2026.

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