Mercatone Uno: come muore una catena da 800 milioni, due volte
La storia di Mercatone Uno non è la storia di un'azienda che ha sbagliato un prodotto. È la storia di cosa succede quando chi deve controllare non controlla, e di come un fallimento possa ripetersi dentro un salvataggio.

La mattina del 25 maggio 2019, un sabato, i dipendenti di 55 negozi Mercatone Uno in tutta Italia arrivano al lavoro e trovano le serrande abbassate. Nessuno li ha avvisati. I direttori ricevono un messaggio su WhatsApp; gli altri scoprono dalla stampa che il Tribunale di Milano, due giorni prima, ha dichiarato il fallimento della società che gestiva i negozi. Sono 1.824 persone, e in quel momento non hanno né uno stipendio né un ammortizzatore sociale. È la fine di Mercatone Uno. Ma è la seconda fine, e per capirla serve la prima.
1975-2015: l’impero di Imola
Romano Cenni, imprenditore di Imola, parte nel 1975 con una società che vende radio e televisori. Pochi anni dopo apre il primo Mercatone, alla periferia di Dozza, un capannone che vende mobili, elettrodomestici e arredamento a prezzi bassi, lontano dai centri storici e vicino alle tangenziali. È il modello del grande magazzino di provincia prima che arrivi Ikea: tutto per la casa, in un posto solo, a poco.
Negli anni Novanta il marchio è ovunque: fino a 90 punti vendita, 800 milioni di fatturato, 4 mila dipendenti. Ed è sulla maglia di Marco Pantani, dal 1997, nella squadra di ciclismo che Cenni costruisce intorno al campione: per una generazione di italiani Mercatone Uno è la scritta sulla maglia gialla del Tour del 1998.
Poi arrivano la crisi del 2008, l’e-commerce, e Ikea, che fa la stessa cosa con un’altra scala. Nel 2015 Mercatone Uno entra in amministrazione straordinaria con 79 negozi e 3.500 dipendenti. Due anni dopo, nel gennaio 2017, la Procura di Bologna indaga alcuni ex dirigenti, tra cui lo stesso Cenni, per bancarotta fraudolenta: secondo le accuse, tra il 2005 e il 2013 sarebbero stati distratti circa 300 milioni di euro. Cenni muore nel marzo dello stesso anno.
2018: il salvataggio che non era un salvataggio
L’amministrazione straordinaria è lo strumento con cui lo Stato tiene in vita le grandi aziende in crisi mentre cerca un compratore. Nell’agosto 2018, dopo tre anni, i commissari vendono 55 dei 68 negozi rimasti a Shernon Holding, una società milanese controllata al 100% da una compagnia maltese, Star Alliance Limited. Shernon si fa carico di 2.019 dipendenti, della sede di Imola e della logistica, e annuncia il rilancio “con competenza ed entusiasmo”.
Shernon non ha le coperture finanziarie per gestire una catena di quelle dimensioni. Dieci mesi dopo, i fornitori non pagati chiedono il fallimento; Shernon prova il concordato preventivo; il tribunale lo dichiara inammissibile. Il 23 maggio 2019 la sentenza: fallimento, passivo accertato di oltre 95 milioni di euro, poi salito a circa 150 secondo la relazione del curatore. Tra i creditori, decine di piccoli fornitori di mobili, molti del distretto emiliano, che avevano continuato a consegnare.
Un mese dopo, l’amministratore delegato di Shernon, Valdero Rigoni, e altre quattro persone vengono indagati per bancarotta fraudolenta. In un secondo filone, chiuso dalla Procura di Milano, tra gli indagati finiscono anche i tre commissari straordinari che avevano scelto Shernon come compratore.
2019-2020: la terza vita che non è arrivata
Dopo il fallimento di Shernon, i negozi tornano all’amministrazione straordinaria. I commissari raccolgono dodici manifestazioni di interesse, ma le offerte vincolanti coprono 24 punti vendita su 55: uno “spezzatino”, come lo chiamano i giornali locali. La sede storica di Imola viene abbandonata. I dipendenti, 1.824 a maggio 2019, sono 1.699 a dicembre: ognuno che trova un altro lavoro è una persona in meno nella vertenza, e un negozio in meno da rilanciare. Nel novembre 2020 il marchio viene dichiarato definitivamente fallito. Alcuni negozi riaprono con altre insegne. Il resto chiude.
Cosa insegna
Mercatone Uno non è morta per un prodotto sbagliato. Il modello del grande magazzino di periferia per la casa esiste ancora, e lo fanno altri. È morta la prima volta per una gestione che, secondo l’accusa, ha svuotato l’azienda da dentro, e la seconda per un salvataggio affidato a chi non aveva i soldi per farlo, scelto da chi avrebbe dovuto verificarlo.
La lezione per chi lavora in un’azienda in crisi è brutale e utile: un compratore non è un salvatore finché non si vede da dove vengono i soldi. E quella per chi fornisce merce a un’azienda in amministrazione straordinaria è nella fila dei creditori del 2019: consegnare a chi non paga, sperando nel rilancio, è il modo in cui il fallimento di uno diventa il fallimento di molti.
Fonti: Il Post, “Mercatone Uno è definitivamente fallito” (28 novembre 2020); Il Resto del Carlino, cronache maggio-dicembre 2019; Teleborsa e Ansa (25 maggio 2019); Tribunale di Milano, sentenza 414/2019; Affaritaliani sul secondo filone d’indagine; Corriere di Malta sulla struttura societaria di Shernon. Dati aggiornati al 30 ottobre 2026.






