Natuzzi: il divano di Santeramo che è andato a Wall Street e ora perde 100 mila euro al giorno
Un tappezziere di Taranto ha costruito il più grande marchio di divani del mondo e lo ha portato alla Borsa di New York. Trent'anni dopo, l'azienda cambia guida, sposta la produzione in Romania e lotta per restare in piedi. Com'è successo.

Il 26 ottobre 2026 Pasquale Natuzzi, 86 anni, ha lasciato la carica di amministratore delegato dell’azienda che porta il suo nome. Resta presidente e azionista di maggioranza; alla guida è arrivato Aldo Uva, un manager che aveva già ricoperto l’incarico in passato. Cinque giorni prima, l’azienda aveva pubblicato i conti del secondo trimestre: 60 milioni di ricavi contro i 78,3 di un anno prima, 10 milioni di perdita operativa, 19 milioni di perdita netta nel semestre. Un sindacato ha fatto un calcolo brutale: circa 100 mila euro persi al giorno. Per capire come ci si arriva, bisogna tornare a un tappezziere di Taranto.
1959: un laboratorio, poi un distretto
Pasquale Natuzzi apre il primo laboratorio a Taranto nel 1959. Nel 1972 nasce Natuzzi Salotti, l’anno dopo la produzione si sposta a Santeramo in Colle, sulla Murgia barese, dove ancora oggi c’è la sede. L’idea che cambia tutto arriva negli anni Ottanta: un divano in pelle a un prezzo che in America nessuno aveva mai visto. Nel 1985 nasce la filiale americana; nel 1993 l’azienda si quota alla Borsa di New York, prima società italiana del settore a farlo. Il divano di pelle a prezzo accessibile diventa un oggetto da classe media americana, e Santeramo diventa il centro di un distretto, quello del salotto murgiano, che negli anni migliori dà lavoro a decine di migliaia di persone tra Puglia e Basilicata.
Il modello è semplice da raccontare e difficile da replicare: pelle comprata in grandi quantità, produzione integrata in casa, dalla concia al cucito, prezzi che i concorrenti europei non reggono.
Cosa si è rotto
Quello che ha fatto la fortuna di Natuzzi è anche quello che l’ha esposta. Quando negli anni Duemila la Cina entra nel mercato del divano in pelle con prezzi più bassi, il vantaggio sul costo si dissolve. L’azienda prova a spostarsi verso l’alto, con Natuzzi Italia come marchio di lusso e negozi monomarca nel mondo, tenendo Natuzzi Editions per la fascia media e Softaly per la grande distribuzione. Ma una struttura costruita per produrre volumi a basso costo fatica a diventare un marchio di design: i costi fissi restano, i volumi no.
Il 2025 si chiude con una perdita di 30,6 milioni, più del doppio dell’anno precedente. Nel primo semestre 2026 i ricavi scendono del 24%, a 119,5 milioni, con il Nord America a -32% e la Cina a -37% nel trimestre. Il margine lordo scende dal 34 al 31%. A fine giugno la cassa disponibile era di 18,9 milioni.
Il piano, e il prezzo del piano
Il piano industriale 2026-2028 dice cosa sta per succedere. Gli stabilimenti italiani passano da cinque a due. La produzione di Natuzzi Editions per il Nord America è stata trasferita in Romania, operazione completata a luglio. Il personale viene ridotto con prepensionamenti e incentivi all’uscita: 479 esuberi su 1.755 lavoratori. La rete di negozi viene rivista tra chiusure, cessioni e affitti rinegoziati. Il fondatore ha già versato 3 milioni come anticipo di un aumento di capitale e si è detto pronto a metterne altri.
Nel frattempo a New York è in corso una procedura di delisting, cioè l’uscita dalla Borsa dove l’azienda era arrivata nel 1993, che la società sta contestando.
La Fillea Cgil Puglia accusa l’azienda di “cambiare dirigenti senza cambiare una strategia fallimentare” e di competere “soltanto sul costo del lavoro, senza investire seriamente in prodotti, prototipi, fiere, pubblicità”. L’azienda risponde che la crisi nasce da “un’allocazione produttiva inefficiente e una struttura di costi fissi ancora sovradimensionata”. Le due letture non si escludono.
Cosa guardare
Tre cose decideranno se tra due anni Natuzzi esisterà ancora come azienda pugliese. La prima è l’aumento di capitale: senza soldi nuovi, con 19 milioni di cassa e 10 di perdita operativa a trimestre, il tempo è corto. La seconda è se il marchio Natuzzi Italia riesce a vendere abbastanza da pagare una produzione che resta in Italia, perché un’azienda con due stabilimenti e il resto in Romania non è più il distretto del salotto, è un’altra cosa. La terza è la domanda scomoda che il sindacato ha fatto in pubblico: il piano serve a salvare l’azienda o a ridimensionarla fino a renderla vendibile?
Per il lettore che non ha mai pensato a come si fa un divano, la lezione sta nel primo paragrafo di questa storia: un vantaggio costruito sul prezzo dura finché nessuno arriva con un prezzo più basso. Natuzzi lo ha scoperto per prima, quando era lei quella con il prezzo più basso, e lo sta scoprendo di nuovo dall’altra parte.
[Aggiornamento prima della pubblicazione: verificare se è stato annunciato l’aumento di capitale e l’esito del delisting dal NYSE.]
Fonti: Natuzzi S.p.A., risultati del secondo trimestre 2026 (21 ottobre 2026) e comunicato sulla nomina di Aldo Uva (22 ottobre 2026); bilancio 2025; piano industriale 2026-2028 come riportato dalla stampa economica; dichiarazioni Fillea Cgil Puglia (ottobre 2026). Dati aggiornati al 27 ottobre 2026.






