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Premi di produttività: 5 milioni di lavoratori ne hanno uno, molti non lo sanno. Come funzionano e come controllare il tuo contratto

È l'aumento meno tassato che un dipendente possa ricevere, e dipende da un contratto che forse la tua azienda ha già firmato. Cos'è, quanto vale al netto e dove si guarda.

Cosa significa per te

Al 15 ottobre 2026 il Ministero del Lavoro contava 18.951 contratti di produttività attivi, per 5.015.819 lavoratori coinvolti, con un premio medio di 1.757,97 euro l’anno. Nell’archivio ministeriale i contratti depositati sono oltre 126 mila, il 12,6% in più dell’anno scorso. Sono numeri grandi, e dietro c’è una cosa che molti dipendenti ricevono senza sapere esattamente cosa sia: il premio di risultato, chiamato di solito premio di produttività.

Cos’è

È una somma, in aggiunta allo stipendio, che l’azienda paga se vengono raggiunti obiettivi misurabili: più produzione, più fatturato, meno scarti, meno assenze, più qualità. Non è un bonus a discrezione del capo: deve essere previsto da un contratto aziendale o territoriale firmato con i sindacati, con obiettivi e criteri di verifica scritti, e depositato telematicamente sul portale del Ministero del Lavoro. Senza quel deposito, non è un premio di produttività: è uno stipendio in più tassato come tutto il resto.

Perché conviene: l’1%

Qui sta il punto. Sui premi di produttività si applica un’imposta sostitutiva, cioè al posto dell’IRPEF. Per il 2025 era il 5%; per il 2026 e il 2027 la legge di bilancio l’ha portata all’1%, alzando il tetto da 3.000 a 5.000 euro lordi l’anno. Dal 2028, salvo proroghe, torna al 10% ordinario.

Il confronto: 2.000 euro di premio pagati come stipendio normale a un dipendente con 30 mila euro di reddito vengono tassati al 33%, più addizionali e contributi: ne restano circa 1.200. Gli stessi 2.000 euro come premio di produttività sono tassati all’1%: 20 euro di imposta, più i contributi previdenziali ridotti. Ne restano quasi 1.900. La differenza è di circa 700 euro, su un premio medio, ogni anno.

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Condizioni: vale per i dipendenti del settore privato, a tempo determinato o indeterminato, con un reddito da lavoro dipendente non superiore a 80 mila euro nell’anno precedente. I dipendenti pubblici sono esclusi.

La versione ancora più conveniente: il welfare

Il contratto può permettere al lavoratore di convertire il premio, in tutto o in parte, in servizi di welfare aziendale: buoni spesa, rimborso di spese scolastiche e di asilo, abbonamenti ai trasporti, contributi al fondo pensione, assistenza sanitaria. In quel caso la tassazione non è l’1%: è zero, entro lo stesso tetto di 5.000 euro. Dei contratti attivi, oltre 10 mila prevedono misure di welfare. Per chi ha figli a scuola o un mutuo da coprire con la previdenza, 2.000 euro in welfare valgono più di 2.000 euro in busta.

Il rovescio: il welfare non è denaro, e non tutti i servizi servono a tutti. La scelta va fatta guardando le spese che hai già.

Come controllare se il tuo contratto ce l’ha

Tre posti dove guardare. Il contratto integrativo aziendale, se esiste: chiedilo alle rappresentanze sindacali o all’ufficio del personale, che è tenuto a renderlo disponibile. Il contratto territoriale della tua categoria nella tua provincia: molti settori, dall’artigianato al commercio, hanno accordi territoriali che prevedono premi anche per le piccole aziende senza contratto proprio. La busta paga di giugno o luglio, quando di solito i premi vengono erogati: se c’è una voce “premio di risultato” con imposta sostitutiva, ce l’hai già.

Se lavori in una piccola azienda senza accordi, il premio può nascere da un contratto territoriale o da un accordo aziendale anche con poche persone: serve la firma di un sindacato e il deposito. È una cosa che si chiede, e per l’azienda ha un vantaggio che non tutti conoscono: una decontribuzione sui premi fino a una certa soglia, che abbassa il costo del lavoro.

Cosa significa per te

Se ricevi un premio e lo vedi tassato all’1%, hai già tutto. Se ricevi un “premio” tassato come lo stipendio, qualcosa manca: o il contratto, o il deposito, o il collegamento a obiettivi misurabili. Se non ricevi niente ma la tua azienda cresce, il premio di produttività è l’argomento più efficace da portare al tavolo, perché costa all’azienda meno di un aumento e vale per te più di un aumento. E se hai figli o un fondo pensione, chiedi la conversione in welfare: è l’unico caso in cui zero tasse è legale e scritto nella legge.

Fonti: Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, report “Deposito contratti” al 15 ottobre 2026 e precedenti (giugno, luglio 2026); legge di bilancio 2026 (L. 199/2025) sull’imposta sostitutiva all’1% e sul tetto di 5.000 euro per il biennio 2026-2027; legge 208/2015 e decreto interministeriale 25 marzo 2016; Agenzia delle Entrate, circolare 5/E del 2018. I calcoli sono indicativi e dipendono dal contratto e dalla situazione personale. Dati aggiornati al 27 ottobre 2026.

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