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TFR: come si calcola, quanto si rivaluta e cosa conviene sapere prima di decidere dove lasciarlo

Ogni anno una parte del tuo stipendio viene messa da parte senza che tu la veda. Con l'inflazione che risale il TFR lasciato in azienda torna a rivalutarsi di più, ma non è l'unica cosa da guardare per decidere se tenerlo lì o spostarlo in un fondo pensione.

Cosa significa per te

Il trattamento di fine rapporto è una delle voci dello stipendio che si conoscono meno, eppure per molti lavoratori dipendenti è il risparmio più consistente che hanno. Non si vede in busta paga, non si tocca fino a quando il rapporto di lavoro finisce, salvo anticipi, e cresce da solo ogni anno. Capire come funziona aiuta a prendere una decisione che quasi tutti prendono senza saperlo: dove lasciarlo.

Quanto si accantona ogni anno

Il calcolo è semplice. Ogni anno il datore di lavoro accantona una quota pari alla retribuzione annua divisa per 13,5, cioè circa il 7,4% dello stipendio lordo. Con una retribuzione lorda di 30 mila euro l’anno, per esempio, la quota è di circa 2.220 euro. Il TFR non è un regalo dell’azienda: è stipendio differito, soldi che spettano al lavoratore e che vengono pagati più tardi.

Come si rivaluta, e perché l’inflazione conta

Il TFR lasciato in azienda non resta fermo. Ogni anno, al 31 dicembre, viene rivalutato con un meccanismo fissato dalla legge: un tasso fisso dell’1,5% più il 75% dell’aumento dei prezzi misurato dall’Istat con l’indice per le famiglie di operai e impiegati. Sulla rivalutazione si paga un’imposta sostitutiva del 17%. Per il 2025, con un’inflazione bassa, il coefficiente di rivalutazione è stato del 2,31% lordo.

Il meccanismo ha una conseguenza che pochi considerano: quando l’inflazione sale, il TFR in azienda rende di più. Con i prezzi tornati a crescere nel 2026, la rivalutazione di quest’anno sarà più alta di quella del 2025. Se, per esempio, l’aumento dei prezzi dell’anno fosse del 4%, la rivalutazione lorda sarebbe del 4,5%. Resta comunque sotto l’inflazione, perché ne recupera solo tre quarti più la parte fissa: protegge il valore, ma solo in parte.

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L’alternativa: il fondo pensione

Chi viene assunto ha sei mesi per scegliere se lasciare il TFR in azienda o destinarlo a un fondo pensione. Se non sceglie nulla, scatta il silenzio-assenso e il TFR va al fondo pensione previsto dal contratto collettivo. Nelle aziende con almeno 50 dipendenti, il TFR lasciato in azienda viene comunque versato a un fondo gestito dall’INPS.

Le differenze principali sono due. La prima riguarda le tasse. Il TFR in azienda, quando viene liquidato, è tassato con l’aliquota media dei redditi degli ultimi anni, che parte dal 23%. Le prestazioni dei fondi pensione sono tassate al 15%, e l’aliquota scende dello 0,3% per ogni anno di iscrizione oltre il quindicesimo, fino al 9%. Inoltre, nel fondo il datore di lavoro spesso aggiunge un contributo proprio, se lo versa anche il lavoratore, e i contributi volontari sono deducibili dal reddito fino a 5.300 euro l’anno.

La seconda differenza riguarda il rendimento. Il TFR in azienda ha una rivalutazione certa, prevista dalla legge. Il fondo pensione investe sui mercati: può rendere di più nel lungo periodo, ma il risultato non è garantito e dipende dalla linea scelta e dai costi del fondo.

Come orientarsi

Non esiste una risposta valida per tutti. Conta l’età, perché un orizzonte lungo rende più sostenibili le oscillazioni dei mercati; conta il contributo del datore di lavoro, che da solo può fare la differenza; conta se si prevede di aver bisogno di quei soldi prima della pensione. Prima di decidere vale la pena leggere la nota informativa del fondo del proprio contratto, guardare i costi e i rendimenti passati delle diverse linee, e farsi aiutare da qualcuno di competente che non abbia un interesse a vendere un prodotto in particolare.

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