12 Filari: a Noicattaro l’uliveto di famiglia rinasce dopo dieci anni

Tra Noicattaro e Torre a Mare, un terreno rimasto incolto per dieci anni è tornato a vivere. Michele Berardi racconta la nascita di 12 Filari, un progetto di famiglia che attraverso l’olio d’oliva custodisce la memoria, le tradizioni e il legame con la terra pugliese.
Ci sono terre che non si ereditano soltanto. A volte bisogna scegliere di tornarci. Succede nelle campagne di Noicattaro, in provincia di Bari, dove un uliveto di famiglia è diventato il punto di partenza di una nuova storia. Si chiama 12 Filari e nasce dalla volontà di recuperare un terreno rimasto senza cure per circa dieci anni, restituendo attenzione e futuro a quasi 300 ulivi, prevalentemente della varietà Coratina. Dietro il progetto ci sono le famiglie Berardi, Tagarelli e Genchi, legate a un luogo che negli anni ha cambiato coltivazioni, attraversato generazioni e conservato ricordi. A raccontarlo è Michele Berardi, che ha scelto di trasformare il recupero dell’uliveto in qualcosa di più della produzione di olio: un modo per riportare alla luce una storia familiare e condividerla con chi apprezza la terra e le persone che la lavorano.Dalla terra abbandonata alla rinascita: come nasce 12 Filari
Come nasce il progetto 12 Filari? «Nasce dal desiderio di tornare a prenderci cura di una terra che fa parte della nostra storia familiare. L’uliveto era rimasto incolto per circa dieci anni e, a un certo punto, abbiamo sentito che fosse arrivato il momento di recuperarlo. Non lo abbiamo vissuto soltanto come un lavoro agricolo. Per noi significava tornare in un luogo caro alla famiglia, osservare quegli alberi e immaginare che potessero vivere una nuova stagione.» Il recupero prende concretamente avvio nel 2024, grazie al coinvolgimento del professor Tagarelli, cognato di Michele, e del cavalier Genchi, suo nipote. Che cosa significa recuperare un uliveto dopo dieci anni di abbandono? «Ha richiesto tempo, lavoro e pazienza. È stato necessario intervenire sull’uliveto e tornare a seguirlo con attenzione. Quando si riprende in mano un luogo così, ci si rende conto che la terra ha i suoi tempi. Non basta decidere di ricominciare: bisogna esserci, osservare e accompagnare gli alberi stagione dopo stagione.» Un lavoro che non si esaurisce con il primo intervento, ma richiede una presenza costante. È questo il primo significato del progetto: riprendere un legame che il tempo aveva interrotto.Perché si chiama 12 Filari: una storia che comincia da una vigna
Il nome nasce dalla disposizione degli ulivi, organizzati in dodici filari. Ma dietro quelle due parole si nasconde una storia più antica. Perché avete scelto proprio questo nome? «Perché l’uliveto è composto da dodici filari, ciascuno con ventiquattro alberi: una presenza concreta del nostro paesaggio, visibile già entrando nel terreno. Ma la parola “filare” non richiama soltanto gli ulivi. Evoca anche la vigna e porta con sé un legame importante con la storia della nostra famiglia.» Prima degli ulivi, infatti, su quel terreno cresceva una vigna coltivata da Francesco Berardi, padre di Michele, conosciuto come Ciccillo e soprannominato Caíèn. Circa trent’anni fa, la vigna venne espiantata per lasciare spazio all’uliveto. Oggi il nome 12 Filari conserva la memoria di entrambe le coltivazioni. «Ci piaceva un nome semplice, capace di raccontare il luogo senza aggiungere troppe parole. Dentro quei filari ci sono gli alberi, il lavoro necessario per custodirli, la storia della vigna che li ha preceduti e i ricordi di chi, prima di noi, ha avuto un legame con questa terra.»Tre oli pugliesi, tre identità: 12 Filari, Caíèn e Diplomatico
Dal recupero dell’uliveto nasce una produzione articolata in tre oli, ciascuno legato a una storia e a un’identità particolare. Quali sono gli oli che producete? «Il nostro prodotto principale è 12 Filari, ottenuto prevalentemente da olive Coratina, insieme a una minima parte di altre varietà presenti nell’uliveto, tra cui Leccino e Termite di Bitetto. È un olio pensato per accompagnare la tavola di ogni giorno e arricchire tanti piatti diversi.» Il secondo prodotto si chiama Caíèn, ed è ottenuto esclusivamente da olive Coratina. Il suo nome custodisce un ricordo particolarmente personale. «Caíèn era il soprannome di mio padre, Francesco Berardi. Era un uomo di campagna potente, austero e aristocratico, un coltivatore abituato a lavorare la terra e a guidare gli operai tra vigneti e uliveti.» Il soprannome nacque durante una giornata di lavoro. Francesco rimproverò un familiare che non stava lavorando correttamente il terreno. Quest’ultimo, sorpreso di non ricevere un trattamento diverso dagli altri lavoratori, lo chiamò Caíèn, richiamando in dialetto la figura biblica di Caino. Da allora quel nome gli rimase. «Abbiamo scelto di chiamare così quest’olio per custodire il suo ricordo. Anche il carattere della Coratina ci ha suggerito quel legame: è un olio intenso e complesso, dal profilo potente, robusto e aristocratico, con note amare e piccanti che si fanno sentire in gola e lasciano un’impressione decisa e persistente.» Il terzo prodotto è Diplomatico, una versione di 12 Filari aromatizzata al finocchietto marino. Ha un profilo sapido e aromatico, pensato in particolare per accompagnare piatti a base di pesce. Il nome racconta anche una diversa destinazione del prodotto: quella dei viaggi e degli incontri istituzionali. Secondo Berardi, la linea è dedicata a un ente che opera in ambito istituzionale internazionale, con rapporti che raggiungono sedi come New York, Ginevra, Vienna, Strasburgo, Bruxelles e Roma. «Il nome evoca i viaggi istituzionali e i piccoli cadeau diplomatici. Da qui nasce anche l’idea di una confezione pensata per essere facilmente trasportata.» Tre oli, dunque, che partono dalla stessa terra ma scelgono modi differenti per raccontarla: la quotidianità della tavola, la memoria di un padre e il viaggio oltre i confini del territorio.«Poco, ma nostro»: il significato di una produzione familiare
C’è una frase che accompagna il progetto 12 Filari e ne riassume il carattere: «Poco, ma nostro». Non è soltanto un riferimento alla dimensione della produzione. È il modo in cui la famiglia Berardi ha scelto di interpretare il rapporto con il proprio uliveto. Che cosa significa questo messaggio? «”Poco” richiama la dimensione raccolta della nostra produzione e il rispetto per ciò che la terra riesce a donarci in ogni stagione. “Nostro”, invece, parla di appartenenza: alla famiglia, al territorio e a una storia che abbiamo deciso di custodire. Ed è proprio perché lo sentiamo così vicino che desideriamo condividerlo con gli altri.» In un mercato dove la crescita viene spesso misurata attraverso volumi e distribuzione, 12 Filari racconta una prospettiva differente: una produzione legata a ciò che un terreno familiare può offrire e alla volontà di preservarne l’identità.L’identità di 12 Filari: la Puglia tra terra e mare
Anche l’immagine del progetto nasce dal paesaggio. Il logo richiama gli ulivi, il sole e il Mediterraneo, attraverso colori e forme che appartengono all’immaginario della Puglia. Che cosa avete voluto raccontare attraverso questa identità? «Volevamo che l’identità del progetto parlasse della nostra terra già al primo sguardo. Il nostro uliveto si trova vicino al mare. La brezza, il maestrale, la luce e il colore degli alberi fanno parte dell’identità di questo luogo.» Nel racconto visivo trova spazio anche il richiamo alle dodici cementine decorate con motivi di ulivi, un ulteriore elemento che lega il progetto alle case, ai materiali e alle memorie del territorio. «Ci piacerebbe che, guardando 12 Filari, si percepissero la luce e l’atmosfera del luogo da cui nasce.»Una Fiat 500 arancione tra gli ulivi: la memoria continua a muoversi
Tra le immagini che meglio raccontano l’identità del progetto ce n’è una particolarmente insolita. Durante la raccolta delle olive, tra i filari si muove una Fiat 500 arancione degli anni Sessanta, utilizzata dal cognato di Michele per trasportare attrezzi e casse. Non un mezzo da esposizione, ma una piccola automobile che continua a rendersi utile nel lavoro di campagna. «La usa come un mulo da fatica, per trasportare gli attrezzi e caricare fino a sette casse di olive. È un’immagine insieme epica e storica, che evoca l’Italia della Dolce Vita vissuta in campagna.» Una scena capace di unire passato e presente: un’automobile simbolo di un’epoca che percorre un terreno tornato produttivo dopo anni di inattività.Il futuro di 12 Filari: dalla produzione di olio all’esperienza nell’uliveto
Per Michele Berardi il progetto non si ferma alla produzione. L’ambizione è quella di aprire progressivamente l’uliveto a chi desidera conoscere da vicino il lavoro agricolo, vivere i ritmi della campagna e partecipare alla raccolta. Come immagina il futuro di 12 Filari? «Immagino un futuro in cui 12 Filari continui a crescere senza perdere il legame con le sue origini. Desideriamo prenderci cura degli ulivi, migliorare anno dopo anno il nostro lavoro e condividere sempre di più non soltanto il prodotto, ma anche la storia e i gesti che lo rendono possibile.» L’idea è offrire, in futuro, esperienze legate alla coltivazione e alla raccolta, fino al momento più atteso della stagione: l’assaggio dell’olio nuovo. «Ci piacerebbe offrire a tutti un’esperienza autentica: partecipare alla lavorazione della terra e alla raccolta delle olive, conoscere da vicino i tempi dell’uliveto e, alla fine, assaggiare l’olio appena molito su una fetta di pane caldo.» Un modo per trasmettere alle nuove generazioni il valore del lavoro agricolo, senza separarlo dalla storia delle persone che hanno abitato quei luoghi.Una storia che continua a crescere tra gli ulivi di Puglia
A Noicattaro, il recupero di 12 Filari racconta qualcosa che va oltre la produzione di olio. Racconta il rapporto tra una famiglia e il proprio territorio, il valore della memoria e la possibilità di restituire una funzione a ciò che per anni è rimasto fermo. Tra i filari, la storia prosegue nel ritmo delle stagioni, nella cura degli alberi e nell’attesa di una nuova raccolta. E forse il senso più profondo di questa esperienza è proprio racchiuso nelle parole che Michele Berardi ha scelto per accompagnarla. Poco, ma nostro. Perché a volte, per costruire qualcosa di nuovo, basta tornare a prendersi cura di ciò che si ha già.Leggi anche
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